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SguardoVerde

giovedì, 31 gennaio 2008

Come sopravvivere agli addii

Funziona che esci per strada, hai voglia di chiamare qualcuno e l'unico numero che vorresti comporre è quello che non hai in rubrica. All'incirca funziona come per tutti i desideri e Dio solo sa quanto vorrei essere accondiscendente, facilmente accontentabile e per nulla irrequieta. Ma soffro di sindrome dell'abbandono e quando torno a casa, che fuori è buio da un pezzo e i camioncini dei panini mi fanno compagnia, mi chiedo se avrò la forza di chiudere tre anni in scatole di cartone e continuare da sola ad avere a che fare con questa città. Come se non fosse successo niente, come se non fosse vero che qui sei sempre importante ma mai indispensabile. Qui le persone sono intercambiabili come i pezzi di un rasoio scadente e quelle preziose, chissà perché, trovano sempre il modo di svignarsela. Per chi resta c'è ancora l'insensatezza di un bus sempre in anticipo e l'odore surreale di plastica e ammoniaca nei corridoi semi deserti. Oggi, però, non voglio pensarci. Mi piacerebbe fare le parole crociate da mia nonna e sentire i soliti discorsi inutili fatti di badanti, nozze di riparazione, cugini scemi e zie invidiose. E invece sto qui, a sperare che distanza non significhi separazione. A pensare e pazienza se nessuno può capire che ogni tanto si può volere bene, e un po' morire.
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cuore, nonsense, milan, giornalismo, palermo, distanza


venerdì, 02 novembre 2007

End, the

L'esame è stato degradante quanto basta per pensare di cambiare definitivamente mestiere. Il lato divertente, per chi sopravvive, è il dopo. Con quell'aria da gita di ultimo anno di scuola, con la cena nella tavernaccia romana e la pasta al tartufo che rimane piazzata lì, tra il colon e il pancreas, a futura memoria. E la pioggia a piazza Navona e i capelli che sembrano zucchero filato, mentre qualcuno si lamenta e qualcun'altro ripensa a scene di panico e ai fogli incastrati nella Lettera 22. La verità è che adesso, promossi o meno, poco importa. Adesso è proprio tutto finito. E senza uno straccio di titoli di coda.
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roma, giornalismo


lunedì, 24 settembre 2007

O Valencia!

Bevi perché hai trovato quel foglietto o hai trovato quel foglietto dopo aver bevuto? E tra le domande incompiute, oltre a quelle che ronzano intorno a parole senza senso scritte in una grafia da bambino, ce ne sono altre, e più prosaiche. Il lavoro sembra una presa in giro: cosa sto facendo e a quale prezzo e perché qui. Qui è un posto senza nome che sto finendo per odiare. E dopo l'estate che mi è scivolata in mano lasciandomi solo polvere sul televisore e frasi assurde nelle orecchie -  poi ti paghiamo, è il tuo futuro e sarà bellissimo - ecco: dopo tutto questo c'è solo un letto sul quale accasciarsi. La settimana enigmistica da compilare ascoltando gli Smiths e la nostalgia delle domeniche mattina da svegliarsi tardi e chiederti ma facciamo pranzo o colazione? Io oggi sogno un aereo e scappare senza neanche voltarmi. Comunque, quando non sai cosa fare, non fare niente. Questo almeno dice mio padre.
partorito dalla mente perversa di mimidef alle 21:02 | link | commenti (22)
milan, giornalismo, ordinary life, vita da stragista


mercoledì, 19 settembre 2007

Press Table or Interview with Jodie or Horses and Hounds

Cavalli e Segugi. Lo spagnolo con un grande spazio tra i denti si siede e gira la cassetta nel registratore. Fuori dal portico piove su una statua di migliaia di anni, sul prato curato e sulle panchine di marmo e di ferro. La ragazza dai capelli arancioni ha l'aria di essere altrove e io mi sento libera di pensare a Cavalli e Segugi e a quel film un po' banale. Si parla di paura e Do you lock your door, after september 11? dice quello, in vena di applicare a un thriller da pop corn analisi sociologiche stile mia nonna. Vagli a spiegare all'attore piacione che 1. le porte le chiudo da mò, sono di Palermo, Sicily, mai sentito parlare di mafia? 2. Le domande, qui, le faccio io. E invece non gli spiego niente. Confondo "lock" con "lucky" e gli dico  senza apparente lucidità "si si, mi sento fortunata" al che il piacione rotea i begli occhi e si gingilla i gemelli vistosi della camicia, quella con le iniziali sul polsino. Che poi lo capisco che è perché muore dopo cinque minuti dall'inizio del film, però Sayd di Lost potevano pure portarcelo! Strano, ma la ragazza con la canottiera non coglie. Forse perché non ha mai discettato - come me e Vale D - su quale personaggio di Lost ti faresti in allegria o forse perché in Portogallo Lost non arriva. Fatto sta che ci annoiamo a morte. E dopo un regista e due produttori, ai quali rifiliamo domande improvvisate sulle conseguenze dell'uso illegale delle armi da fuoco, lei finalmente arriva, e non è vestita Marni come immaginavo. Una giacca spiegazzata di lino rosa e un tripudio di collanine d'oro giallo, e ciondoli e una piccola chiave che magari è un pegno d'amore e magari no. La portoghese in canottiera - e io che mi preoccupavo per le ballerine viola - le dice bla bla questo è un film bla bla politicamente bla bla scorretto! Lei beve un sorso d'acqua, si gratta lievemente la puntura d'insetto che le campeggia sul collo, e poi comincia a parlare.
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giornalismo, sdrammatizziamo


mercoledì, 05 settembre 2007

Grazie, Lirio

“Credi di dover fare in modo accurato il tuo lavoro di cronista per illuminare nell'interesse dell'opinione pubblica, di quella "società civile", gli angoli bui e sporchi del cortile di casa. Poi scopri che sei un ingenuo. Nessuno vuole guardare da quella parte, in quegli angoli - no - preferiscono voltarsi da un'altra parte anche se stai lì a tirargli la giacchetta. E allora perché lo faccio?, ti chiedi. Perché infliggo a chi mi è caro ansia, paura, apprensione e, Dio non voglia, pericoli? Perché, mi chiedo, non ascolti chi ti dice: ma chi te lo fa fare, vattene da qui, vattene subito, non ti accorgi che non vale la pena?". La voce di Lirio sembra rompersi ora. Percettibilmente, il timbro diventa roco e trattenuto come di chi si sta sforzando di controllare un'emozione che forse è rabbia, forse è avvilimento o forse entrambe le cose. Dopo qualche secondo, Lirio dice finalmente: "Lo sai perché non decido di andarmene? Per onore. Sì, per onore! Non per il mostruoso, folle, ridicolo onore di cui si riempiono la bocca mafiosi deboli con i forti e forti con i più deboli, ma per quell'onore che mi chiede di avere rispetto di me stesso, che mi impedisce di inchinarmi alla forza e alla paura, di scendere a patti con ciò che disprezzo. Quell'onore che molti siciliani hanno dimenticato di coltivare". (Giuseppe D'Avanzo intervista Lirio Abbate su La Repubblica di mercoledì 5 settembre 2007)
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giornalismo, antimafia


domenica, 20 maggio 2007

Tempi moderni

Che cos'è quest'ansia di scoprire come andrà a finire? La vita non è un giallo da cui sbirciare l'ultima pagina. A mia discolpa posso dire che, nonostante le peggiori previsioni, la campanella finale è suonata senza spargimenti di lacrime. Aveva ragione quello che, due anni fa, mi disse che mi sarebbe tornato utile dilazionare il problema di ventiquattro mesi? Ma poi perché porsi domande irrisolvibili? Meglio dedicarsi alla maratona di bagagli. Fare e disfare e cercare l'ordine nell'entropia. Richiudo dentro buste trasparenti giorni di fuga sotto forma di biancheria pulita. Ogni tanto mi fermo e sorrido, penso che la vita, questo sì, è una dannata questione di tempismo. Che sarei dovuta nascere molto prima, o appena dopo. Che avrei dovuto cercarti appena in tempo per non permetterti di mischiarti al resto e seminarmi.
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cuore, giornalismo, ordinary life


martedì, 03 aprile 2007

Cronache di fine scuola

Tremano i polsi, tremano, solo davanti alle immagini di un campione di nuoto appena medagliato. Le pagine del giornale girano tra le mie mani sempre più rapidamente. E non ci si stupisce più di nulla. Litigo con estrema facilità, provo un piacere più che sottile nell’immusonirmi, mandare bigliettini sarcastici e individuare colpevoli anche quando non ce ne sono. Ogni tanto porgo le mie scuse, ma più spesso ne ricevo. E allora divengo placida e magnanima, dispenso consigli non richiesti e senza pudore canto, chiusa nella cabina di registrazione della radio, con le cuffie e il microfono inclinato. I pantaloni mi stanno larghi sulle gambe e quando mi alzo devo tirarli su con un gesto da imbranata. Mi piace stare al telefono nella stanza delle fotocopie e parlare come se niente fosse mai successo. Di ritorno dal pranzo mescolo acqua calda e fredda dalla boccia in corridoio e bevo due bicchieri di seguito, in attesa che qualcuno mi importuni. Qui dentro ho smesso di pensare a me nei termini che prima ritenevo giusti. E, se vuoi ancora saperlo, è così che mi sento oggi. Inutile, ma non ancora perduta.

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cuore, giornalismo, ordinary life


giovedì, 29 marzo 2007

Fatalismo etilico

Ho l’immagine nitida di me che con una mano verso il vino nel bicchiere e con l’altra mi inanello le dita di piccoli taralli pugliesi, ingenuo stratagemma per aggirare la sbronza. Pochi minuti dopo sto cantando fuori tempo Friday I’m in love e non mi accorgo nemmeno che qualcuno mi ha versato in testa mezzo litro di spumante. Questo, sebbene sia poco edificante, è l’unico momento della settimana in cui non me ne frega niente dell’illuminazione, non ricerco la soluzione. Non indugio in visioni apocalittiche del mio futuro da st(r)agista insoddisfatta con tanto di genitrice bellicosa che mi insegue brandendo dichiarazioni dei redditi che - inutile spiegarglielo - io non posso compilare.

p.s.: in fondo c'è poco di cui angosciarsi. Un posto per lo stage prima o poi lo trovo. E, in ogni caso, tanto ha sempre ragione lui

partorito dalla mente perversa di mimidef alle 22:49 | link | commenti (11)
giornalismo, vita da stragista


sabato, 03 marzo 2007

Tempo di domande

Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v'è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell'ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso,  se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza.
Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta
partorito dalla mente perversa di mimidef alle 15:06 | link | commenti (9)
milan, giornalismo, vita da stragista


mercoledì, 24 gennaio 2007

Utopia senza disincanto

Il suo nome spuntava sempre in mezzo alle più furiose liti – o sarebbe meglio chiamarle disquisizioni intellettuali – tra le quali mi districavo negli anni più nobili della mia giovinezza. Quando si litigava, ci si separava o si cambiava per non morire qualcuno andava in libreria e tornava – senza parlare – con un suo libro impacchettato in mano. Calumet della pace, consiglio di vita, messaggio di buona sorte. O forse un modo silenzioso per avere l’ultima parola nell’affermare la propria visione del giornalismo. Durante il primo giorno del suo corso, il mio professore di teorie e tecniche del linguaggio giornalistico ci infarcì con un elenco di libri indispensabili da leggere. Arrivati a Kapuscinski, noi studenti ci guardammo smarriti e qualcuno ebbe persino l’ardire di chiedere “Come si scrive?”. “Se non sapete chi è Kapuscinski potete pure cominciare a cambiare mestiere” disse il prof, mentre noi correvamo alla Feltrinelli di Banchi di Sopra per conquistare l’ultima copia del Cinico. Quattro anni e molto disincanto dopo, alla Fiera del Libro di Torino mi ritrovai a litigare con un responsabile della e/o, casa editrice che aveva smesso di pubblicare il libricino blu. “Le mando una copia dal deposito” mi disse per placarmi. Ma fu tutto vano, perché quel libro nel deposito non c’era più. Ricordo anche una sera, leggevo Ebano nella panchina di marmo della metropolitana e un ragazzo con lo zaino da campeggio mi chiese “Che libro è?”. Appena gli mostrai la copertina, fece un mezzo sorriso di approvazione e mi si sedette accanto in silenzio. Forse Kapuscinski è un linguaggio segreto. Chi lo conosce e ama i suoi racconti struggenti di fango dissenteria malaria, paesaggi senza orizzonte e paesi impronunciabili quasi quanto il suo nome, fa parte di un piccolo circolo di idealisti. A me piace crederlo, anche oggi che il vecchio cronista non c’è più.

partorito dalla mente perversa di mimidef alle 11:17 | link | commenti (15)
giornalismo, kapuscinski





Cialtronerie in salsa neo romantica