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SguardoVerde
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domenica, 10 febbraio 2008 Di magliette cadute e attese infinite Ho aperto in pigiama al vicino del piano di sopra che gli è caduta la maglietta sul mio stendipanni e per poco non morivo di vergogna perché chi se lo aspettava dopo tre anni un vicino coetaneo e belloccio? Non io, non adesso. Non lo so, c'è questo spiraglio di passato che a lasciarlo passare ci sto male, e c'è questo peso nel petto di chi dice troppo spesso massì che va tutto bene. Che fai, dubiti? La verità è che siamo qui, aspettiamo, facciamo cose, mandiamo messaggi salvo poi pentircene, prendiamo treni, ci sporchiamo colla salsa del kebab, aspettiamo e aspettiamo e aspettiamo ancora. Io, per esempio, aspetto di imparare a guidare, di trovare un letto col contenitore e due gatti e qualcuno che mi voglia così bene da accollarsi uno stress da trasloco, me, i miei scatoloni e qualche centinaio di mobili ichea da montare. Ma c'è anche chi aspetta di sapere cosa ne sarà della sua vita e dei suoi calzini dispersi nell'altro emisfero. C'è chi aspetta il disamore come si agognerebbe una promessa di eterna fedeltà. C'è chi aspetta di crescere, chi aspetta l'autobus, chi aspetta un esame. I più aspettano che passi, ma sono tristi. A me piacciono quelli che non sanno aspettare e ti chiamano in anticipo e pazienza se non è ancora mezzanotte e allora auguri lo stesso, ti voglio bene.
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Cialtronerie in salsa neo romantica |