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SguardoVerde
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martedì, 13 maggio 2008 Quando mi chiedono che cosa ci ho capito mi verrebbe da prenderli a schiaffi. Di sospirargli in faccia tutto il mio sconforto, che è fatto di un dolore freddo e composto. Camminavo per la Baixa con gli occhi intorpiditi dal sonno, contavo le pietre sotto le scarpe di gomma e sentivo di averti perso per sempre. Salendo a piedi per una delle sette colline, schivando i tram che passavano veloci col loro carico di turisti e borseggiatori, sedendomi con le gambe incrociate sotto un tetto di bouganiville o fotografando l'orizzonte oltre il Tago. Con i polpacci stanchi, appoggiata alla pensilina del tram, guardavo i pensionati appena scesi dalla nave da crociera, disposti in una fila ordinata per comprare i Pasteis de Belèm. Dentro la Sé, dopo aver acceso una candela bruciandomi un poco le dita, trattenevo il respiro per non fare rumore lì dove il cane di pietra scalda in eterno i piedi del suo padrone. E fuori dal Mosteiro, pieno di vecchie spagnole coi fazzoletti in testa, cantavo in faccia al vento e alla pioggia quella canzone che tanto poi bevevi troppo Braulio e, anche se ti piaceva, finivi sempre per stonare.
Homesick. Because I no longer know. Where home is. lunedì, 05 maggio 2008 Mi sono rassegnata a ignorare il persistente odore di vernice che avvolge la mia vita da quando mi sono trasferita. Che la gente entra e dice sempre "che buon odore di nuovo!", ma io lo so che prima o poi quegli effluvi mi uccideranno. Spero solo che accada nel sonno, mentre mi rotolo convulsamente nel materasso a molle insacchettate che mi è costato uno stipendio, e spero solo che, a decesso avvenuto, nei siti d'informazione non pubblichino foto in cui ho il doppiomento o imbarazzanti abiti di carnevale. Mi sono rassegnata, dicevo, e nell'attesa leggo giornali d'arredamento e passo i pomeriggi di vacanza ad asciugare bicchieri. Uno pensa che il segreto dell'equilibrio stia in una scatola di antidepressivi. E invece no: basta asciugare i bicchieri. A volte anche le posate, ché i residui di calcare sono una fonte d'ansia non trascurabile, e quando hai finito puoi sempre studiare i manuali d'uso degli elettrodomestici - rigorosamente classe A - e cambiare la disposizione delle mutande nei cassetti. Ogni tanto mi fermo e, nel silenzio raggelante di tutto questo bianco, mi metto a ridere. Non c'è niente di mio nell'ordine nevrotico della cucina o nella disposizione rigorosa delle magliette nei cassetti. Io sono altrove. Negli scatoloni mezzo ammuffiti in cui ho rinchiuso i miei libri in attesa di dimora, nelle lettere sgualcite e mai spedite, in quelle fotografie in bianco e nero nascoste chissà dove.
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casa, ordinary life, sdrammatizziamo, trasloco giovedì, 24 aprile 2008 Se c'è qualcosa di poetico nelle parole "subentro" e "fornitura" ed "elettrica" me lo sono perso chissà dove, tra un mestolo arrugginito e delle presine macchiate di sugo. Perché, checché ne credano gli inguaribili ottimisti di cui amo circondarmi, nel cambiar casa non c'è niente di entusiastico. L'entusiasmo, quello arriva dopo. Arriva con i plaid consumati dentro i quali avvolgersi e con il portiere che azzecca la casella giusta dove impostarti le lettere. Avviene con la consuetudine e i piccoli sfizi che portano il tuo nome. Ma chi ha abbandonato una casa che ha molto amato lo sa: separarsene è come perdere un affetto. In quella che sarà presto la mia ex dimora i muri spogli portano addosso i segni dei quadri ormai partiti e un senso di tristezza che non ce n'è. La casa piano piano sta tornando brutta com'era quando l'abbiamo presa. E io mi guardo andare via da sola e senza troppa convinzione.
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casa, ordinary life, trasloco giovedì, 10 aprile 2008 Una vorrebbe aver fatto meglio i suoi calcoli, vorrebbe averci capito qualcosa di espressioni ed equazioni e algebra quando aveva il maldipancia il lunedì, ché c'era matematica alla prima ora. Perché poi finisce che una si costruisce una vita, legge dei libri e fa delle scelte. Tra queste, la più ferale: vuole circondarsi d'uomini pieni d'acume e intelligenza. Cosa importa degli addominali se hai letto tutto Proust? Che me frega della forza bruta se sei un fanatico del cinema d'essai? E allora via, a inseguire occhialuti intellettuali sciantosi radicalscic registi in erba ricercatori sfasciati giuristi pentiti scrittori mai pubblicati. E' che poi la vita, inevitabilmente, ti porta davanti ad altre domande. Tipo, cosa farsene dell'acume quando fuori piove e dentro ci sono scatoloni da trasportare o da riempire con padelle e bicchieri incartati uno a uno? Cosa resta dell'intelligenza quando ti trovi a dover scegliere tra venti modelli di rubinetti da lavello, cinque diverse assi del cesso, quarantacinque sfumature di colore per un pensile ignudo? Ecco che, tutto a un tratto, una vorrebbe aver sposato un traslocatore. Ma non è mai troppo tardi per porre rimedio ai propri errori di gioventù. E, in attesa di essere salvata dal camionista della porta accanto, mi delizio guardando la sua versione vip.
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casa, trash, ordinary life, sdrammatizziamo, trasloco martedì, 01 aprile 2008 Per quello che senti e non puoi spiegare, perché puoi scavare quanto vuoi ma semplicemente non trovi le parole. Quando capisci che scrivi per vivere e non vivi più per scrivere è come se si inceppasse qualcosa e tutto il mondo diventasse la scenografia di remunerative perdite di tempo. Come rispondere al telefono con voce gioiosa o premere lo stesso pulsante centinaia di volte. In situazioni come questa è più facile preoccuparsi per gli altri che per se stessi. Lasciare che la maionese marcisca in frigo e che la sveglia ci trovi sempre dalla stessa parte del letto. Chiedere aiuto nei modi più impensati e, nello stesso tempo, chiudere la porta a ogni possibile cambiamento. Per quello che sento e che non so più spiegare, perché forse non ne sono più capace.
(in cambio, chissà poi perché, lascio questa canzone)
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primavera, ordinary life, autocritica lunedì, 10 marzo 2008 La mia vita è deteriorata irreversibilmente e me ne accorgo addentando l'ennesima galletta al polistirolo. Dicono sia riso soffiato pressato, ma io so che è solo polistirolo avanzato dagli uffici: lo riconosco dal sublime sapore di niente che mi gonfia lo stomaco a fine giornata. Ed è così, addentando l'ennesima galletta al polistirolo, che mi scopro a guardare con un barlume di lussuria negli occhi le immagini Francesco Facchinetti che scorrono in televisione. Sì, perché oggi ho deciso di toccare il fondo. Alle nove la redazione è deserta. Ci sono solo io, il linoleum che si stacca dal pavimento e due pacchetti di gallette di riso. Non voglio sapere perché Morgan abbia accettato di partecipare a Ics Factor, anche se intuisco che è qualcosa che ha a che fare con debiti di droga e dissolutezza. Quel che voglio sapere, adesso, è: perché io lo sto guardando? Intuisco che è qualcosa che ha a che fare con mancanza di droga e troppa poca dissolutezza. E allora mangio un'altra galletta, mi metto comoda in poltrona e decido di smetterla di farmi domande di cui, in realtà, non ho nessuna voglia di conoscere le risposte.
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alle 21:49 |
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trash, ordinary life, sdrammatizziamo giovedì, 06 marzo 2008 Ho deciso di non compiangermi più. Quando Jean-Dominique Bauby pronuncia queste parole, o forse le sta solo pensando?, vive imprigionato nel suo corpo da oltre un mese. In mezzo due vite, o forse di più, poi un ospedale sul mare e Lourdes che ha le luci al neon e il senso di perdizione dei sobborghi di Los Angeles e le donne coi loro volti bellissimi e quasi angelici. E poi c'è lo scafandro, e l'acqua che attutisce e isola, il segnale di fine trasmissioni in tv che assorda e dal quale non possiamo liberarci. Ma lui ha deciso di non compiangersi più e, in quel momento, ogni spettatore nella sua poltrona ha capito che quel film parla anche a lui. Non siamo tutti, ognuno a suo modo, prigionieri, immobili e senza parola? Non dobbiamo forse affidare il nostro pensiero a un battito di ciglia perché questo acquisti un reale significato? Nulla è perduto o, almeno, non del tutto. L'immaginazione è la salvezza di Jean-Do: è grazie ad essa che esce dallo scafandro per diventare farfalla. Può essere così anche per noi, basta fare le scelte giuste. Per esempio, anche io ho deciso di non compiangermi più. Guardo con tenerezza a me stessa, alle mie lamentele e oggi, improvvisamente, vorrei che tutte le persone che ho amato avessero accanto qualcuno con cui ridere. Oggi vorrei che tutte le persone che amo non si sentano abbandonate nemmeno per un istante. Oggi vorrei fare le cose che amo con la stessa dedizione che metto in quelle che detesto. E poi vorrei togliermi lo sfizio di vivere in pigiama come Schnabel, e vedere l'effetto che fa.
martedì, 26 febbraio 2008 Qualcosa che ho letto diceva più o meno che le persone che se ne vanno contano sempre più di quelle che restano. E quando leggo qualcosa che mi fa sentire colpevole cerco subito di correre ai ripari. Come per gli articoli sulle diete o i manuali di buone maniere: dopo averli sfogliati vado di corsa in palestra cercando di tagliare una bistecca sul tapis roulant, ma senza sollevare i gomiti e ignorando chi starnutisce perché non si dice "salute". Insomma, da queste parti siamo in vena di cambiamenti. Ho un paio di occhiali da sole giganti e rossi e scritte stupide sull'agenda, e forse anche corsi di cucina e teglie imburrate e da buttare. Ho gli amici, quelli stupidi che mi chiamano in mille modi diversi e mi prendono in giro perché quando mi sveglio non mi va di parlare con nessuno. Quelli che sono sempre gli stessi, che forse sono partiti ma, è vero, non sono perduti.
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alle 21:59 |
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cuore, palestra, distanza, sdrammatizziamo giovedì, 21 febbraio 2008 Le palpebre, incollate. Dietro un mare di inquietudine e insensatezza. Perché è il momento in cui la fantasia onirica si confonde con le cose fatte di carne, sangue, vetro e plastica e pattume. Le cose vere, insomma. Il fatto è che mi sveglio senza la solita tachicardia, forse perché fino a qualche minuto prima lui era seduto sul sedile anteriore del taxi. E' il fratello del conducente e io passeggera accanto a una suora-giornalista. "L'esame non l'ho passato", mi dice piano. E subito penso quanto è gentile, questo che contemporaneamente è e non è l'ex fidanzato di una mia amica. Forse perché hanno lo stesso taglio di capelli. Succede che io e la suora arriviamo a destinazione, ma si tratta della casa del mio compagno di scuola delle elementari, quello che abita vicino all'aeroporto di Punta Raisi. Gli amici ammiccano quando ci vedono passare, poi improvvisamente vanno tutti a prendere qualcosa in cucina. "Voglio essere abbracciato", mi dice il fratello del tassista, che si rivela poi essere il principe di Salina. Ma il sogno dev'essere diventato troppo stucchevole, perché improvvisamente io rido e interrompendolo gli chiedo: "dove diavolo sei stato per tutto questo tempo?". domenica, 10 febbraio 2008 Di magliette cadute e attese infinite Ho aperto in pigiama al vicino del piano di sopra che gli è caduta la maglietta sul mio stendipanni e per poco non morivo di vergogna perché chi se lo aspettava dopo tre anni un vicino coetaneo e belloccio? Non io, non adesso. Non lo so, c'è questo spiraglio di passato che a lasciarlo passare ci sto male, e c'è questo peso nel petto di chi dice troppo spesso massì che va tutto bene. Che fai, dubiti? La verità è che siamo qui, aspettiamo, facciamo cose, mandiamo messaggi salvo poi pentircene, prendiamo treni, ci sporchiamo colla salsa del kebab, aspettiamo e aspettiamo e aspettiamo ancora. Io, per esempio, aspetto di imparare a guidare, di trovare un letto col contenitore e due gatti e qualcuno che mi voglia così bene da accollarsi uno stress da trasloco, me, i miei scatoloni e qualche centinaio di mobili ichea da montare. Ma c'è anche chi aspetta di sapere cosa ne sarà della sua vita e dei suoi calzini dispersi nell'altro emisfero. C'è chi aspetta il disamore come si agognerebbe una promessa di eterna fedeltà. C'è chi aspetta di crescere, chi aspetta l'autobus, chi aspetta un esame. I più aspettano che passi, ma sono tristi. A me piacciono quelli che non sanno aspettare e ti chiamano in anticipo e pazienza se non è ancora mezzanotte e allora auguri lo stesso, ti voglio bene.
giovedì, 31 gennaio 2008 Funziona che esci per strada, hai voglia di chiamare qualcuno e l'unico numero che vorresti comporre è quello che non hai in rubrica. All'incirca funziona come per tutti i desideri e Dio solo sa quanto vorrei essere accondiscendente, facilmente accontentabile e per nulla irrequieta. Ma soffro di sindrome dell'abbandono e quando torno a casa, che fuori è buio da un pezzo e i camioncini dei panini mi fanno compagnia, mi chiedo se avrò la forza di chiudere tre anni in scatole di cartone e continuare da sola ad avere a che fare con questa città. Come se non fosse successo niente, come se non fosse vero che qui sei sempre importante ma mai indispensabile. Qui le persone sono intercambiabili come i pezzi di un rasoio scadente e quelle preziose, chissà perché, trovano sempre il modo di svignarsela. Per chi resta c'è ancora l'insensatezza di un bus sempre in anticipo e l'odore surreale di plastica e ammoniaca nei corridoi semi deserti. Oggi, però, non voglio pensarci. Mi piacerebbe fare le parole crociate da mia nonna e sentire i soliti discorsi inutili fatti di badanti, nozze di riparazione, cugini scemi e zie invidiose. E invece sto qui, a sperare che distanza non significhi separazione. A pensare e pazienza se nessuno può capire che ogni tanto si può volere bene, e un po' morire.
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cuore, nonsense, milan, giornalismo, palermo, distanza giovedì, 17 gennaio 2008 Dice che sono stata nominata tra i cinque blog che lo fanno pensare (Thinking Blogger Awards). Non mi stupisce: anche a me questo luogo verdastro dà molto da pensare: sulla mia integrità psicofisica. E comunque, raccatto per la prima (e forse ultima!) volta la patata bollente per diffondere cinque pagine meritevoli di almeno un briciolo della vostra attività cerebrale. Udite udite! Ecco i miei fab five:1. Janis e il suo Sex&Food 2. Eleonora e i suoi stagisti 3. Edi e le sue Ondeanomale 4. Jack e il suo Linoleum Buona lettura e ci si rivede presto con nuove amenità neoromantiche. sabato, 12 gennaio 2008 Avere i capelli corti e portarli con grazia Mi piacerebbe parlarti, ora che sai che non puoi avermi. Non lo faccio per qualche assurdo motivo legato al pudore o al senso di colpa, chissà, ma mi basta sedermi e guardare in silenzio il tuo nome luminoso che appare sullo schermo del pc. Le novità sono queste: ho tagliato i capelli e mandato alle ortiche tutto il resto. Sotto il letto ho chili di polvere da spazzare, se mi giro trovo libri da studiare e impegni da onorare. E invece sto qui a scrivere e a pensare cose stupide come un pamphlet su "avere i capelli corti e portarli con grazia". Tutta la pioggia del mondo sta cadendo fuori dalla mia finestra e non ho molto altro da dire. Mi piacerebbe passarti un po' di musica, come facevamo un tempo, o guardarti suonare e stare in silenzio sotto il piumone. Non c'è niente di romantico in tutto questo. Siamo gente irrisolta, che ci vuoi fare?
sabato, 05 gennaio 2008 Ragionavo di niente, più o meno come si fa quando si aspetta l'autobus la sera. Ogni tanto buttavo l'occhio sull'enorme cartellone Versace sopra la mia testa: Patrick Dempsey, fintamente spettinato, mi faceva sperare in un mondo migliore, nel quale gli aerei non ritardano e la neve non cade invano. Ogni tanto scivolavo in un sonno scomodo e mi abbandonavo a sogni brevi e sconnessi. Lì dentro me ne andavo senza averti conosciuto e qualcuno (forse io stessa) cadeva per terra coprendosi la faccia con le mani. Mi svegliavo digrignando i denti, sistemavo i piedi sopra la valigia e ricominciavo ad aspettare.
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alle 21:05 |
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nonsense, milan, ordinary life, neve, snow martedì, 18 dicembre 2007 I libri sono grandi catalizzatori d'amore. Capisci di amare qualcuno se passi metà del tuo tempo a pensare ai libri che vorresti regalargli. D'altra parte, capisci di amare un libro se passi metà del tuo tempo a pensare a chi vorresti regalarlo. Capisci che la persona che ami non merita d'essere amata quando non condivide la tua più grande passione letteraria. O quando ti regala un romanzo che non ha mai neppure sfogliato. A me piace litigare per difendere i libri che amo o per denigrare autori che detesto. Mi piace raddrizzare i volumi negli scaffali delle librerie e riconoscere i miei simili in coda alla cassa. E, più di ogni altra cosa, mi piace sentirmi stupida di fronte alla potenza narrativa di uno scrittore: lasciare che mi accompagni in posti sconosciuti e che lo faccia in maniera ardita, assurda e inaspettata. Così, a Natale diffonderò un po' di affetto in giro regalando alcune delle mie più grandi infatuazioni letterarie del 2007. Perché se è vero amore, allora devi lasciarlo andare.
martedì, 11 dicembre 2007 Quando non sono altrove mi piace ascoltare Zapping seduta in cucina o, in alternativa, fare pensieri sconci su David Miliband. Preferisco non chiedermi quando ho cominciato a non sentire nulla. Perché, contrariamente a quanto pensi molta gente, provare qualcosa è infinitamente meglio che non provare niente. Conosco persone che non fanno altro che cercare rassicurazioni dalla vita. Per mia fortuna, conosco anche persone che trovano ragione d'esistere solo nelle complicazioni. E conosco il disamore, la nostalgia di leggere frasi senza senso scritte dietro ai biglietti dell'autobus e, tra le altre cose, anche la paura di sparire senza avere molto altro da dire.
sabato, 17 novembre 2007 Nell'incoscienza non c'è negazione Se traspare della malinconia provvedo subito a spalmarci sopra uno strato di fondotinta. Così, per non cedere al pallore di chi ha pensieri plumbei per la testa. A dire il vero, cerco di pensare il meno possibile. Argomentazione inquietante, sì: ne convengo volentieri con chi mi pone domande trascendentali e riceve in cambio umili spallucce. Perché la verità è che non si può essere sempre entusiasti, ottimisti, calvinisti. Ogni tanto bisogna allargare le braccia, prenderla come viene e dimostrare energica insofferenza verso chi ha sempre le risposte pronte e gli appuntamenti già fissati dal dentista. E così, per una sorta di scaramanzia da quattro soldi, sul futuro non spiccico parola. Per ora mi tengo alla larga da dischi che finirei perdutamente per amare e da libri che potrei non terminare. Mi addormento sfogliando il catalogo Ikea e nel sonno imparo a memoria prezzi, modelli, combinazioni. In attesa di svegliarmi, di nuovo.
Un ultimo sguardo commosso all'arredamento e chi si è visto, s'è visto . martedì, 06 novembre 2007 In giorni come questo, fatti di un unico grande pomeriggio buio, avrei voglia di parlare con qualcuno. Dirgli e va bene ho sbagliato, e ora come si fa a tornare indietro? Non so, l'aria è leggera e fresca. Fumo di nascosto dietro la tenda della mia stanza e immagino la ragazza dai capelli arancioni che dice Te l'avevo detto! Ma tanto che ne sa, lei? Con quella giacca di velluto e la bicicletta e a letto col fidanzato il martedì e il giovedì. In giorni come questo sono stufa delle decisioni. Maneggio la musica come si fa con una palla di cristallo. Scelgo solo le schegge di vetro che possono ferirmi.
venerdì, 02 novembre 2007 L'esame è stato degradante quanto basta per pensare di cambiare definitivamente mestiere. Il lato divertente, per chi sopravvive, è il dopo. Con quell'aria da gita di ultimo anno di scuola, con la cena nella tavernaccia romana e la pasta al tartufo che rimane piazzata lì, tra il colon e il pancreas, a futura memoria. E la pioggia a piazza Navona e i capelli che sembrano zucchero filato, mentre qualcuno si lamenta e qualcun'altro ripensa a scene di panico e ai fogli incastrati nella Lettera 22. La verità è che adesso, promossi o meno, poco importa. Adesso è proprio tutto finito. E senza uno straccio di titoli di coda.
mercoledì, 24 ottobre 2007 Accade così che le vere anime gemelle non siano fatte per stare insieme. Vi chiederete: di cos'hanno paura? Prima di tutto, di guardare nel fondo degli occhi dell'altro come si fa con le tazzine da caffé. Non ci troverebbero presagi di sventure future o di sicuri successi, ma le stesse pieghe di incertezza che increspano le rispettive esistenze. Le vere anime gemelle si guardano vivere a debita distanza, si sciorinano a vicenda consigli che non riescono a seguire e piangono, qualche volta, per le disfatte dell'altro. Perché le sentono proprie. Le vere anime gemelle si innamorano di gente inappropriata: di oche discinte lui, di irresponsabili vanesi lei. Guardano gli stessi film ma in sale diverse, si fanno domande del tipo "secondo te posso uscire con uno che scrive va bene con l'apostrofo sul va?". E, ovviamente, la risposta è sempre negativa. Perché, dunque, le anime gemelle non sono fatte per stare insieme? Perché amano la perfezione, ma ancor di più amano tendervi sempre, e non raggiungerla mai.
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Cialtronerie in salsa neo romantica |